MANIFESTO POLITICO (divulgativo)
“I panni sporchi si lavano in pubblico”
LA RESPONSABILITA’ DEL CAMBIAMENTO MASCHILE
Premessa
La violenza di genere e gli stereotipi culturali che la alimentano, rappresentano una sfida sociale che richiede azione consapevole, partecipazione e responsabilità condivisa. La responsabilità non è solo individuale, anche e soprattutto culturale e comunitaria, e la trasformazione parte dal riconoscimento dei comportamenti nocivi e dalla volontà di cambiarli.
Principi Fondamentali
- Responsabilità maschile: gli uomini hanno un ruolo centrale nel prevenire la violenza e nel contrastare gli stereotipi che la sostengono. Accettare questa responsabilità significa impegnarsi a modificare linguaggi, atteggiamenti e pratiche culturali.
- Trasparenza e coraggio: parlare apertamente di comportamenti nocivi e pregiudizi è il primo passo per trasformarli. “I panni sporchi si lavano in pubblico” significa portare alla luce ciò che spesso viene nascosto, simbolicamente e concretamente.
- Educazione e prevenzione: promuovere iniziative di sensibilizzazione, formazione e dialogo intergenerazionale per costruire comunità consapevoli e inclusive.
- Partecipazione attiva: ogni ente pubblico o privato che aderisce si impegna a sostenere iniziative simboliche e pratiche di cambiamento culturale, contribuendo a creare una rete nazionale di azioni coordinate e replicabili.
- Rispetto e inclusione: ogni azione deve essere condotta nel rispetto della dignità di tutte le persone, valorizzando la diversità e promuovendo la partecipazione di donne, uomini e giovani nella costruzione di una società libera dalla violenza.
Obiettivi
- Sensibilizzare la cittadinanza sul tema della violenza di genere e degli stereotipi culturali.
- Coinvolgere attivamente uomini e comunità nella responsabilità del cambiamento culturale anche attraverso gruppi di autocoscienza.
- Creare un format nazionale replicabile di flash-mob, percorsi educativi e campagne pubbliche.
- Consolidare una rete di enti pubblici e privati impegnati nel contrasto alla violenza e nella promozione di relazioni paritarie compresi i CUAV.
Adesione
Gli enti quali? che sottoscrivono questo manifesto dichiarano:
- La propria adesione ai principi di responsabilità maschile e cambiamento culturale.
- Il sostegno a iniziative locali e nazionali di sensibilizzazione.
- L’impegno a condividere esperienze e pratiche per ampliare l’efficacia del messaggio.
Premessa politica: il disapprendimento del dominio
Lavorare con gli uomini – che siano in crisi, in percorsi di autocoscienza o autori di violenza – non è un atto clinico, ma un intervento di igiene democratica. La violenza e il disagio maschile non sono patologie, ma i sintomi di una socializzazione patriarcale riuscita.
Affermiamo che:
- L’uomo non è un malato da curare, ma un soggetto educato al potere che deve “disimparare” il dominio.
- La violenza è esercizio di controllo, non perdita dello stesso.
- Il privilegio è una gabbia: Il sistema che garantisce potere agli uomini è lo stesso che ne castra l’emotività e ne produce il disagio, la frustrazione e la sofferenza.
Qualità ed etica nei CUAV: la bussola di Istanbul
La qualità di un Centro per Uomini Autori di Violenza (CUAV) si misura sulla sua capacità di restare politicamente schierato. Un CUAV di qualità non è neutrale.
- Asimmetria etica: rifiutiamo ogni forma di mediazione o neutralità. In ogni interazione, la sicurezza della donna e dei minori è il valore supremo, anche quando non sono presenti.
- Contro la psicologizzazione: sostituiamo il concetto di “gestione della rabbia” con quello di “assunzione di responsabilità”. Possiamo lavorare sulle emozioni, anche isolate, ma con attenzione e preminenza al sistema di credenze che legittima il prevaricare.
- No alla terapia, Sì all’educazione: il CUAV è un luogo di ri-educazione o ri-abilitazione civile dove si smontano gli stereotipi di genere.
Qualità, formazione ed etica nei CUAV: contrastare la violenza di genere agendo sul modello culturale
Aprire e gestire un Centro per Uomini Autori di Violenza (CUAV) non significa istituire un servizio terapeutico, né tantomeno un luogo di “cura” in senso clinico. Significa assumere una responsabilità pubblica e politica: lavorare sul cambiamento dei modelli culturali, relazionali e simbolici che producono e legittimano la violenza maschile contro le donne.
La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia con la Legge n. 77/2013) è chiara nel definire la violenza di genere come una violazione dei diritti umani e come il prodotto di rapporti di potere storicamente diseguali tra uomini e donne. Non un fenomeno individuale, non una devianza, ma un fatto strutturale.
È proprio a partire da questo presupposto che i CUAV trovano il loro senso: intervenire sugli uomini non per giustificarli, ma per interrompere la catena della violenza, riducendo il rischio di recidiva e aumentando la sicurezza delle donne e dei minori.
“Gli uomini sono figli sani del patriarcato”
La frase “gli uomini sono figli sani del patriarcato” non è una provocazione retorica, ma una chiave di lettura fondamentale. Gli uomini che agiscono violenza, nella stragrande maggioranza dei casi, non sono malati, non sono “mostri”, non sono soggetti eccezionali. Sono uomini socializzati dentro un modello culturale patriarcale che insegna il possesso, il controllo, la gerarchia, la naturalizzazione della disuguaglianza di genere.
La Convenzione di Istanbul lo afferma esplicitamente quando richiama gli Stati a contrastare stereotipi di genere, ruoli rigidi e norme sociali che legittimano la violenza. In questo senso, il lavoro con gli uomini deve essere prima di tutto psico-socio-educativo, non terapeutico: non mira a “curare” un disturbo, ma a rendere visibili, nominabili e trasformabili i dispositivi culturali interiorizzati.
La qualità come scelta etica, non come adempimento formale
La qualità di un CUAV non si misura solo dal rispetto dei requisiti normativi, ma dalla coerenza etica del suo impianto. Un centro è di qualità quando:
- riconosce che la centralità è la tutela della vittima, anche se non è fisicamente presente nel percorso;
- rifiuta ogni forma di neutralità o simmetria tra autore e vittima;
- non utilizza pratiche di mediazione né approcci che minimizzano la responsabilità maschile;
- lavora esplicitamente sul potere, sul controllo e sui privilegi maschili.
La qualità passa anche dalla capacità di non scivolare in un linguaggio psicologizzante che rischia di individualizzare ciò che è strutturale. Parlare solo di “gestione della rabbia” o di “problemi relazionali” significa perdere il fuoco della questione: la violenza non è perdita di controllo, è esercizio di controllo.
Formazione: sapere, posizionamento e supervisione
La formazione degli operatori e delle operatrici dei CUAV è uno snodo decisivo. Non basta la competenza tecnica: è necessario un posizionamento chiaro rispetto alla violenza di genere.
Una formazione di qualità deve includere:
- lo studio dei costrutti di genere e del patriarcato;
- l’analisi critica delle maschilità;
- la conoscenza della Convenzione di Istanbul e delle politiche di contrasto alla violenza;
- il lavoro sui bias culturali degli operatori stessi;
- la supervisione continua, come spazio di responsabilità e non di autoassoluzione.
Chi lavora con uomini autori di violenza non è neutrale: sceglie da che parte stare, e quella parte è la parte dei diritti umani, della libertà femminile, della sicurezza.
Aprire un CUAV: criteri etici prima ancora che organizzativi
Aprire un CUAV significa assumere un mandato pubblico: contribuire al cambiamento culturale. Questo implica alcune scelte etiche fondamentali:
- dichiarare esplicitamente che la violenza maschile è un fenomeno strutturale;
- riconoscere che il cambiamento degli uomini è possibile solo se passa dalla messa in discussione dei modelli di genere;
- evitare derive terapeutiche che spostano l’attenzione dalla responsabilità;
- lavorare in rete con i servizi per le donne, senza sovrapporsi né competere.
La Convenzione di Istanbul invita gli Stati a promuovere programmi per uomini autori di violenza che abbiano come obiettivo la prevenzione della recidiva e il cambiamento dei modelli comportamentali violenti, nel rispetto dei diritti e della sicurezza delle vittime. È questa la bussola.
Formazione e posizionamento degli operatori
Chi opera con gli uomini deve possedere un sapere situato. La formazione non è solo tecnica, ma una scelta di campo:
- Analisi delle maschilità: gli operatori devono conoscere i meccanismi del privilegio per non diventarne complici involontari.
- Supervisione permanente: uno spazio obbligatorio per analizzare i propri bias culturali e prevenire la minimizzazione della violenza.
- Lavoro di rete: il CUAV esiste solo se connesso ai Centri Antiviolenza (CAV), in un dialogo costante che garantisca la protezione delle vittime.
- Lavorare con la rete dei CUAV (RELIVE) per una formazione continua, incontri, seminari, condivisione di intenti e pratiche comuni.
Autocoscienza e crisi: riconoscere il “figlio sano”
Per gli uomini che vivono una crisi d’identità o che scelgono l’autocoscienza, il manifesto propone una emancipazione dai ruoli rigidi:
- Riconoscere il disagio: il malessere maschile deriva spesso dall’incapacità di aderire al modello del “maschio alfa” (invulnerabile, performante, dominante).
- Dalla colpa alla responsabilità: non chiediamo agli uomini di sentirsi in colpa per il passato, ma di farsi responsabili del presente.
- Lavare i panni in pubblico: portare il proprio vissuto nello spazio pubblico (come nel flash mob #panninostri) è l’atto politico che rompe l’omertà tra uomini e trasforma la solitudine in comunità.
Uomini In Ricerca??? e Gruppi Di Autocoscienza
Uomini in ricerca
Un manifesto minimo
Non siamo uomini in “crisi”.
Siamo uomini che scelgono di mettersi in discussione.
Ci incontriamo tra uomini perché il maschile non è neutro, naturale, innocente.
È una costruzione storica e politica.
E produce potere, silenzi, violenza.
👉 Il privato è politico.
Perché ci incontriamo
Perché ciò che viviamo nell’intimità – amore, sesso, lavoro, paternità, rabbia, paura – non riguarda solo noi.
Riguarda le donne, gli altri uomini, la società.
La separatezza non è una fuga:
è una scelta temporanea di responsabilità.
La regola
Si parte sempre da sé.
Parliamo come uomini, non degli uomini.
Niente teorie senza corpo.
Niente politica senza esperienza.
Di cosa parliamo
Di ciò che ci attraversa e ci mette in crisi:
- relazioni e innamoramento
- lavoro e fallimento
- stare bene / non stare bene
- paternità
- maschilità
- corpi e sessualità
- omosessualità e identità di genere
- violenza maschile contro le donne
- patriarcato
Come stiamo
Pratichiamo parola libera e ascolto.
Fiducia tra uomini.
Accoglienza senza giudizio.
Non aggiustiamo nessuno.
Non salviamo nessuno.
Contro cosa lottiamo
Contro:
- l’iper-razionalità che anestetizza
- l’autocentratura che isola
- la rivalità che separa
- la negazione della fragilità
Nominarle è già rompere il patto del silenzio.
Le domande
Non chiediamo per curiosità.
Chiediamo per aprire.
Come è cambiato il tuo rapporto con le donne?
E con gli uomini?
Cosa facciamo / cosa no
Facciamo spazio alla parola.
Non interpretiamo.
Non giustifichiamo la violenza.
L’obiettivo
Non diventare uomini migliori.
Diventare uomini consapevoli.
Interrompere la maschilità dominante.
Immaginare altri modi di essere uomini.
Il gruppo è la risorsa.
L’autocoscienza è la pratica.
La responsabilità è la scelta.
Azione Pubblica: Il 6 Giugno come impegno civile
Affermiamo il 6 Giugno come data simbolo della responsabilità maschile. Mentre il 25 Novembre è il grido delle vittime e della denuncia, il 6 Giugno è il giorno in cui gli uomini:
- Si espongono: portano in piazza i propri “panni sporchi” per lavarli collettivamente.
- Rompono il silenzio: dichiarano pubblicamente che la violenza è un problema degli uomini che gli uomini devono risolvere.
- Abitano lo spazio: occupano la piazza non per comandare, ma per testimoniare una possibilità di cambiamento.
- Percorrono il cambiamento: passeggiate silenziose, flash mob, attività, manifestazioni, esperienze condivise in pubblico.
I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN PUBBLICO
Le violenze non vanno più nascoste: di violenza si può e si deve parlare.
Donne e uomini, insieme, per scardinare la cultura della violenza di genere nelle relazioni intime e sociali, nei linguaggi quotidiani e nelle strutture di potere. Questa iniziativa non si limita a un gesto simbolico, ma è il frutto di un percorso di approfondimento e autocoscienza maschile, che passa attraverso il lavoro dei CUAV (Centri di Ascolto per Uomini Autori di Violenza) e delle reti di associazioni e movimenti per la parità di genere. Riconoscere che la cultura maschilista, sessista, machista e patriarcale è alla base di squilibri di potere e di violenze di genere è il primo passo per poterla decostruire.
Da questa consapevolezza nasce il flash mob: un’azione pubblica che ribalta il paradigma della violenza invisibile e privatizzata. Qui gli uomini si fanno carico della responsabilità di nominarla, riconoscerla e trasformarla, portando messaggi di cambiamento. Lo fanno attraverso parole che capovolgono il senso degli stereotipi, trasformando frasi di dominio e sopraffazione in messaggi di ascolto, responsabilità e rispetto.
L’obiettivo a lungo termine è costruire una società in cui la violenza maschile contro le donne non sia più un fenomeno accettato o minimizzato, ma un problema di cui gli uomini stessi si fanno carico, contribuendo al cambiamento culturale e strutturale.
Questa iniziativa può diventare un modello replicabile, un punto di partenza per nuove forme di attivismo maschile consapevole, che rifiuta il patriarcato e si schiera attivamente dalla parte della giustizia di genere.
Se il 25 novembre è il giorno in cui si denunciano le violenze e si dà voce alle vittime, il 6 giugno è il giorno in cui gli uomini si prendono la responsabilità di cambiare e di farsi carico del problema. Non solo solidarietà, ma azione concreta per smantellare la cultura che alimenta la violenza di genere.
Tutti i soci aderiscono al regolamento del 6 giugno “I panni sporchi si lavano in pubblico”
Conclusione: un moto di libertà
Contrastare la violenza di genere significa offrire agli uomini una libertà nuova: la libertà di non dover più dominare per esistere.
Non è un percorso di redenzione, ma di liberazione. Disimparare il patriarcato è l’unico modo per costruire relazioni autentiche, sicure e paritarie.
SOCI FONDATORI
Cambiamenti aps e Centro Famiglie

